La dimensione esterna della politica UE sulle migrazioni: il ruolo dell'Africa

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di Luca Barana

Il dibattito pubblico in Europa è dominato da lunghe discussioni sulla “crisi migratoria”: l’aumento del numero di migranti che hanno tentato di raggiungere il territorio europeo dall’Africa, l’Asia e il Medio Oriente spiega la crescente preoccupazione del pubblico nei confronti dei flussi migratori. Ma l’Europa sta veramente affrontando una crisi? Mentre indubbiamente la guerra in Siria ha costituito un grave sconvolgimento del fragile ordine internazionale in Medio Oriente, le migrazioni che affondando le proprie radici in Africa Sub Sahariana non possono essere semplicimente catalogate come un fattore di crisi, ma come un fenomeno strutturale. La migrazione dall’Africa verso l’Europa è in realtà un riflesso di più ampi movimenti di persone causati da fattori politici, sociali, economici e ambientali che non scompariranno negli anni a venire. Un recente studio mostra come in Africa Occidentale l’84% dei flussi migratori si verifichi all’interno della regione, mentre solo il rimanente 16% è legato a migrazioni verso l’Europa e altre regioni del mondo.

Nonostante la maggior parte dei migranti rimanga nel Continente africano, si è comunque verificata una crescita nel numero di persone che tentano la traversata dalla Libia e attraverso il Mare Mediterraneo: nel 2016, 180.000 migranti hanno tentato di arrivare in Italia lungo questa rotta pericolosa, con gravi perdite in termini di vite umane. Questa nuova realtà di fatto obbliga l’Unione Europea a ripensare le proprie politiche verso l’Africa (anche se non tutti i migranti che partono dalla Libia hanno necessariamente origini africane).

A partire dagli anni Novanta, questa relazione è basata su due framework principali. In primo luogo, dal 2000 i capi di Stato e di governo dell’UE e dei Paesi africani si incontrano in vertici al più alto livello, concordando i principi su cui fondare questo legame. Nel 2010, durante il summit svoltosi a Tripoli, per la prima volta il tema migratorio è entrato con forza in questa agenda condivisa. La relazione bilaterale è anche negoziata nell’ambito dell’Accordo di Cotonou, entrato in vigore nel 2000 e che scadrà nel 2020. Questo accordo fra l’UE e i Paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) definisce i tratti della cooperazione allo sviluppo, del commercio e del dialogo politico fra i due Continenti, non senza incomprensioni reciproche.

Le migrazioni non costituivano uno dei principali punti di confronto fino a pochi anni fa: ora, lo sono. Una gestione sostenibile del fenomeno migratorio necessita di un approccio multidimensionale: salvare vite in mare con attività di “search and rescue” nel Mar Mediterraneo; smantellare le reti criminali che gestiscono il traffico di essere umani nei Paesi di origine e transito dei flussi; contrastare le cause della migrazioni e sostenere le istituzioni nelle nazioni di origine; semplificare le procedure per una migrazione circolare e i rimpatri volontari. L’approccio prescelto dall’UE e da molti fra gli Stati membri, a partire dall’Italia, è quello di ricercare accordi bilaterali con i Paesi africani di origine e transito, nell’ambito di una nuova Partnership sulle Migrazioni.

Molte delle priorità sin qui descritte sono perseguite tramite lo “EU Emergency Trust Fund for Africa”, la cui finalità è quella di sradicare le cause profonde delle migrazioni in Africa, adottando un approccio specifico negoziato con Paesi in tre differenti aree geografiche: il Sahel e la regione del Lago Ciad, il Corno d’Africa e l’Africa Settentrionale. Questa selezione geografica non è casuale: alcuni degli Stati in queste regioni, come Senegal, Mali, Nigeria ed Eritrea, costituiscono aree di origine significative dei flussi migratori. Particolare attenzione è anche dedicata ai Paesi di transito, come il Niger, dove è situata Agadez, probabilmente il più importante snodo dei flussi di persone in Africa Occidentale. In Africa Settentrionale invece, la Libia dovrebbe rappresentare un partner chiave, ma il Paese è fortemente instabile e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale non esercita controllo sull’intero territorio nazionale. Nonostante queste difficoltà, recentemente l’Italia ha firmato un accordo bilaterale con il governo libico per gestire i flussi di persone che ogni giorno tentano di lasciare il Paese.

Attualmente, lo EU Trust Fund gestisce circa 2.4 miliardi di euro, la maggior parte proveniente dalle riserve dell’undicesimo Fondo Europeo per lo Sviluppo, che incanala i finanziamenti per lo sviluppo verso i Paesi ACP. Dopo l’approvazione degli ultimi progetti a dicembre 2016, 57% delle risorse del Fondo è indirizzato verso il Sahel e la regione del Lago Ciad, mentre il 39% è dedicato al Corno d’Africa. Solo il 4% dei fondi è invece utilizzato in Africa Settentrionale. Al momento, i principali beneficiari sono Senegal (161 milioni di euro) e Mali (151 milioni di euro), seguiti da Niger (140 milioni) ed Etiopia (120 milioni).

Il Trust Fund è stato pensato come uno strumento complementare rispetto alla più ampia cooperazione allo sviluppo promossa dall’UE (che rimane il primo donatore al mondo), ma dopo il suo primo anno di attività alcune caute riflessioni appaiono necessarie. In primo luogo, l’effettivo impegno da parte dei governi europei non è così evidente: solo 152 milioni sono stati direttamente impegnati dagli esecutivi nazionali, mentre la gran parte delle risorse proviene da altri strumenti dell’UE già finanziati in passato. Inoltre, combattere le cause profonde delle migrazione, con l’obiettivo di ridurre il numero delle persone migranti, risulta coerente con l’idea di un approccio multidimensionale che non copra solo l’emergenza, ma probabilmente simili iniziative meriterebbero maggiori risorse. La volontà politica è certamente un buon inizio, ma non basta. Tuttavia, è molto difficile convincere l’elettorato della bontà di impegnare più risorse finanziarie per l’Africa, tenendo in considerazione come molti bilanci nazionali siano in difficoltà.

Nondimeno, lo EU Trust Fund è realmente parte di uno sforzo rinnovato da parte dell’Unione Europea di costruire una relazione multidimensionale con molti Paesi africani. Tuttavia, come accaduto già nel caso di molte iniziative europee rivolte al Continente africano, il successo di questa azione discenderà anche dal grado di coinvolgimento e ownership percepito dai governi africani. Le risorse finanziarie del Fund dovrebbero essere utilizzate nell’interesse delle popolazioni locali, così da generare reali opportunità di sviluppo, e non solo controllare i confini e bloccare i migranti durante il loro viaggio verso il Mediterraneo.

Sarà dunque nuovamente necessario un attento monitoraggio del rispetto dei diritti umani, a partire dall’applicazione dell’accordo fra l’Italia e il governo libico. Il summit di alcuni Ministri di Paesi africani con i Ministri dell’Interno dell’UE a Roma, svoltosi il 20 marzo, ha, almeno formalmente, fugato ogni dubbio a proposito: il rispetto dei diritti umani è un punto “non cancellabile”, ha dichiarato il Ministro Minniti. Tuttavia, servirà più di una rassicurazione formale sul fatto che i “campi di accoglienza” in cui saranno raccolte le persone respinte dalla Guardia Frontiera di Tripoli nelle acque territoriali libiche saranno adeguati al rispetto dei diritti umani dei migranti.

(Questo approfondimento è basato su una lezione tenuta nell'ambito del programma di mobilità internazionale "New African Diasporas - Transnational Communities, Cultures and Economies". La lezione si è svolta il 24 febbraio 2017, con il titolo "The EU external policy on migration: A new chapter in European - African relations")

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